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Il calo del fabbisogno elettrico può rendere inutile il nucleare
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Il calo del fabbisogno elettrico può rendere inutile il nucleare |
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Mercoledì 26 Maggio 2010 07:43 |
L'Italia, secondo un rapporto della Fondazione sviluppo sostenibile, possiede già la potenza necessaria a soddisfare i suoi consumi Anche dopo la crisi, la crescita dei consumi elettrici andrà al rallentatore e le rinnovabili potrebbero arrivare a produrre nel 2030 dal 39 al 45% del fabbisogno nazionale, rendendo quindi inutile la costruzione di nuove centrali nucleari sul territorio nazionale.
Lo rileva un rapporto elaborato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, "Scenari elettrici post crisi al 2020 e 2030". Secondo la ricerca la crisi pare aver promosso una riduzione, non soltanto congiunturale, dei consumi elettrici, anche se alcuni cambiamenti in realtà sono in atto già da alcuni anni. Nel settore industriale, che assorbe la maggiore quantità di energia elettrica (il 47% dei consumi nazionali nel 2008), il fabbisogno è cominciato a calare nel 2006, soprattutto per effetto di una riduzione del fabbisogno del settore manifatturiero. Del resto sono stabili dal 2005 anche i consumi domestici e quelli dell'agricoltura, mentre soltanto nel 2009 quelli del terziario dopo anni di aumento hanno conosciuto un limitato arretramento.
Per quanto riguarda le prospettive del fabbisogno interno, il rapporto prende in esame due scenari: il primo prevede un miglioramento dell'efficienza elettrica (scenario blu) e l'altro (grigio) un peggioramento. In entrambe le previsioni la Fondazione delinea un forte aumento delle fonti rinnovabili che, mantenendo il trend di crescita in atto, riuscirebbero a raggiungere nel 2020 una produzione di circa 107 miliardi di chilowattora e potrebbero poi superare i 165 TWh nel 2030, numeri che equivalgono dal 39% al 45% dell'elettricità consumata in Italia nel 2030 a seconda dello scenario considerato. Nell'ipotesi blu, che la ricerca reputa la più probabile considerati i trend in atto a livello europeo, l'incremento dei consumi di elettricità sarebbe dimezzato rispetto al decennio precedente, con circa 2,6 Twh di aumento l'anno. Con questi numeri si ritornerebbe al livello di consumi elettrici pre-crisi (340 Twh, dato 2007) soltanto nel 2020.
In questo scenario blu migliorerebbe anche l'intensità elettrica, ovvero il rapporto tra consumi energetici e prodotto interno lordo: si passerebbe infatti dai 261 chilowattora necessari a produrre mille euro di Pil nel 2010 ai 240 del 2030. Prevista inoltre una diminuzione della produzione di elettricità da combustibili fossili e delle emissioni di CO2, che si ridurrebbero, rispetto al 2005, del 20% nel 2020 e del 26,7% nel 2030. L'Italia avrebbe così bisogno di una potenza elettrica di 70,6 Gw nel 2020 e di 77 Gw nel 2030: considerato che già oggi vi sono centrali funzionanti per 76 Gw e aggiungendo altri 5,2 Gw che entreranno in esercizio entro il 2011, secondo la Fondazione non esiste una domanda aggiuntiva per impianti nucleari almeno fino al 2030. Anzi, se lo scenario blu si dovesse realizzare si dovrà addirittura rinunciare alla costruzione di alcune termoelettriche convenzionali già progettate.
Ma anche nello scenario "grigio", che ipotizza una ripresa significativa del consumo di elettricità, il ritorno all'atomo potrebbe essere superfluo: nel 2030 il fabbisogno di potenza elettrica salirebbe infatti a circa 87,6 Gw ma, sommando agli impianti in costruzione quelli ad oggi già autorizzati e i progetti in fase avanzata di autorizzazione (complessivamente ulteriori 6 Gw), si potrebbe coprire tranquillamente il fabbisogno di potenza elettrica.
«L'Italia non dispone di una filiera nucleare: non ha uranio, non ha impianti di arricchimento per produrre l'uranio arricchito impiegato nelle centrali nucleari, non costruisce reattori nucleari, non ha impianti di riprocessamento del combustibile irraggiato, non ha depositi per i rifiuti nucleari - si legge nel rapporto -. La scelta nucleare in queste condizioni per l'Italia comporterebbe, oltre ai noti problemi non risolti di questa tecnologia, una forte dipendenza dall'estero e costi di avvio molto elevati. Per queste ragioni sarebbe bene che, per lo scenario elettrico fra il 2020 e il 2030, l'Italia puntasse sulla tecnologia della Ccs (Carbon capture storage), per la quale disponiamo di buone competenze ed esperienze nel sequestro della Co2 e dove potremmo sviluppare anche quelle della cattura, applicata a centrali a carbone esistenti».
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