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L'oro azzurro sarà la principale fonte energetica mentre è prevista una frenata per la costruzione di nuovi reattori Per Scaroni bisogna investire nel gas non convenzionale Gli Stati Uniti preferiscono il gas al nucleare. Pare questa la strada degli investimenti energetici nei prossimi anni, secondo il presidente del Nuclear Energy Institute (Nei), Marvin Fertel. I programmi per la costruzione di nuovi reattori nel Paese si fermeranno, almeno parzialmente, per due motivi: la minore domanda di elettricità, causata dalla recessione economica, e il declino dei prezzi del gas naturale.
Come riferisce una nota di World Nuclear News, gli Stati Uniti si trovano in una situazione simile a quella degli ultimi quindici anni, con 320 Gw di nuova capacità installata nelle centrali a gas su 340 Gw complessivi . «Il gas sarà la parte dominante delle nuove fonti di approvvigionamento», ha dichiarato Fertel durante il raduno annuale a Londra della World Energy Association.
I giacimenti di shale gas Sarà dunque l’oro azzurro a giocare un ruolo di primo piano nei prossimi anni, anche perché lo sviluppo costante dei giacimenti di “shale gas” (contenuto in rocce poco permeabili a circa un km e mezzo di profondità), dovrebbe aumentare le riserve di questa fonte fossile di circa il 35%, mantenendo i prezzi competitivi. Secondo il Dipartimento Usa dell’energia, il 60% delle riserve di gas statunitensi si trova nei cosiddetti depositi “non convenzionali”, come appunto lo shale gas e le sabbie bituminose. Inoltre, gli Stati Uniti continuano a essere privi di una legge federale che imponga un prezzo alle emissioni di CO2, contribuendo così al vantaggio del gas rispetto alle altre fonti, soprattutto le costose rinnovabili.
Ci sono richieste per 13 licenze e un totale di 22 reattori da costruire; la Nuclear Regulatory Commission le sta esaminando ma Fertel pensa che partiranno i cantieri per otto reattori al massimo. Le attività precedenti la costruzione sono iniziate soltanto in due siti, Vogtle in Georgia e V.C. Summer nella South Carolina, dove sono in progetto due unità Westinghouse AP 1000 per ognuna delle due centrali. Il primo di questi reattori dovrebbe funzionare a Vogtle dal 2016. L’atomo, sostiene Fertel, potrebbe uscire dallo stand-by grazie all’impegno americano di ridurre le emissioni di CO2 (-80% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2050). Un obiettivo, questo, difficilmente realizzabile senza una quantità significativa di energia nucleare.
Il Mit rassicura: l’uranio basterà Anche un recente studio del Mit (Massachusetts Institute of Technology), sostiene che il nucleare è una tecnologia indispensabile nel mix energetico per ridurre le emissioni inquinanti e la dipendenza dalle fonti fossili. Questo rapporto, inoltre, rassicura sulla disponibilità futura di uranio: basterà per almeno un altro secolo, senza limitare in alcun modo i progetti di nuove centrali in tutto il mondo. Nei mesi scorsi, il Red Book pubblicato da due agenzie internazionali del settore nucleare, aveva aggiornato al rialzo le riserve complessive di uranio, sufficiente ad assecondare lo sviluppo previsto dell’energia atomica. L’incertezza, semmai, riguarda la tecnologia dei reattori: quale modello sarà il più vantaggioso (in termini di potenza, economicità e sicurezza)?
Perciò il Mit suggerisce di concentrarsi sulla corretta gestione temporanea delle scorie nucleari, mentre la ricerca scientifica compie i suoi passa avanti. Il combustibile esausto potrà diventare un rifiuto da smaltire in depositi sotterranei o una risorsa per alimentare i reattori (il cosiddetto “riprocessamento” delle scorie). Il merito della ricerca è l’aver considerato l’intero ciclo del combustibile nucleare, dall’arricchimento dell’uranio allo smaltimento o riutilzzo delle scorie radioattive. Il costo dell’uranio, infine, potrà anche aumentare fino al 50% ipotizzando un numero di reattori dieci volte maggiore rispetto al livello attuale, senza tuttavia pregiudicare l’economicità della produzione nucleare (l’uranio incide per il 2-4% sulla bolletta elettrica finale).
(Fonte il Sole24)
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